
LA CITTÀ DEL FUTURO ESISTE GIÀ – ARW a Utopian Hours 2026
Siamo abituati a immaginare il futuro delle città per addizione.
Più edifici. Più infrastrutture. Più tecnologia. Più metri quadrati.
Ma se la domanda fosse sbagliata?
E se una parte consistente della città di cui avremo bisogno nei prossimi decenni fosse già stata costruita?
È una domanda che diventa sempre più difficile evitare. Le città europee sono piene di edifici che funzionano soltanto alcune ore al giorno, infrastrutture che hanno perso il proprio ruolo originario, piani terra vuoti, coperture inaccessibili, patrimonio pubblico sottoutilizzato, spazi progettati per un unico programma quando la società che li abita ne richiede molti.
Non significa che non si debba più costruire. Significa riconoscere che costruire non può essere l’unico modo attraverso cui immaginiamo il cambiamento.
Forse la prossima grande risorsa urbana non è lo spazio da produrre.
È lo spazio da riattivare.
Misurare la città in modo diverso
Un edificio può essere perfettamente efficiente e contemporaneamente essere utilizzato soltanto per una piccola parte della giornata.
Un ufficio vuoto la sera.
Una scuola chiusa nel weekend.
Un parcheggio che cambia completamente intensità tra giorno e notte.
Una copertura di migliaia di metri quadrati sulla quale nessuno può salire.
Un edificio pubblico che esiste fisicamente ma non riesce più a produrre vita urbana.
Siamo abituati a misurare l’architettura in metri quadrati.
Forse dovremmo iniziare a misurarla anche in metri quadrati × ore di utilizzo.
Cambierebbe molto.
Perché improvvisamente ciò che appare saturo potrebbe rivelarsi vuoto. E ciò che consideriamo obsoleto potrebbe diventare una delle principali riserve spaziali della città contemporanea.
La città può essere fuori misura non soltanto nello spazio, ma nel tempo.
DA OGGETTI A POSSIBILITÀ
È una delle ragioni per cui ci interessa Utopian Hours.
Nella sua decima edizione, il festival internazionale di Stratosferica riunisce a Torino city maker, progettisti, amministratori, imprese e ricercatori per discutere non una sola idea di città, ma molti modi diversi di trasformarla. Il Manifesto for a New City Making parte proprio dal riconoscimento della città come organismo complesso, fatto non soltanto di edifici e infrastrutture, ma di relazioni, conflitti, possibilità e forme di cura.
Guardando il programma di quest’anno, emerge un filo particolarmente interessante.
A Basilea una vecchia rampa ferroviaria diventa un corridoio d’acqua e biodiversità. A Rotterdam le coperture vengono considerate una nuova superficie urbana capace di ospitare giardini, cultura, acqua e spazio pubblico. A Copenaghen un’ex fabbrica viene trasformata in un luogo in cui associazioni, ricercatori, artisti e innovatori lavorano insieme. Altri tavoli interrogano il futuro del patrimonio pubblico e dei luoghi intermedi della città.
Non sono semplicemente progetti di recupero.
Condividono un cambio di prospettiva: smettere di considerare la città esistente come una condizione data e iniziare a considerarla come materia disponibile alla trasformazione.
L’ARCHITETTO NON BASTA
C’è poi un’altra questione.
Se il problema fosse soltanto progettare edifici migliori, la risposta sarebbe relativamente semplice.
Ma riattivare ciò che esiste significa parlare contemporaneamente di progetto, proprietà, economia, gestione, politiche pubbliche, mobilità, comunità e tempo.
Significa chiedersi non soltanto che cosa uno spazio è, ma chi può utilizzarlo, quando, a quali condizioni e chi se ne prenderà cura nel lungo periodo.
È probabilmente uno dei cambiamenti più interessanti nel ruolo dell’architetto: passare dal disegno di un oggetto alla costruzione delle condizioni affinché qualcosa possa accadere.
Ed è anche per questo che saremo a Utopian Hours 2026, il 16 e 17 ottobre a Torino, partecipando con il Professional Pass: non soltanto per seguire keynote e incontri, ma per prendere parte ai tavoli di lavoro che mettono allo stesso tavolo professionisti, imprese, city maker e amministratori italiani ed europei.
Perché alcune delle questioni più importanti per l’architettura contemporanea non possono essere risolte dall’architettura da sola.
FORSE L’UTOPIA È PIÙ VICINA DI QUANTO PENSIAMO
Utopia viene spesso associata a qualcosa che ancora non esiste.
A nuove città, nuovi edifici, nuove forme.
Ma oggi una delle ipotesi più radicali potrebbe essere un’altra.
Guardare ciò che abbiamo davanti e immaginare più possibilità dentro la stessa quantità di spazio.
Far durare di più gli edifici.
Permettere loro di cambiare.
Sovrapporre usi invece di separarli.
Trasformare infrastrutture obsolete.
Aprire spazi prima inaccessibili.
Far vivere un luogo per più ore, a più persone, in modi diversi.
La città del futuro, almeno in parte, è già qui.
Dobbiamo solo imparare a vederla.
