
CASE AZZOLINI: Rigenerare senza fermare la vita.
Case Azzolini, Verona. Quando il cantiere non aspetta che la vita si fermi.
C’è una cosa che quasi nessuno racconta dei cantieri PNRR: quanti di essi siano stati davvero portati a termine.
La misura PINQuA (Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare) vale 2,8 miliardi di euro e conta 960 progetti su tutto il territorio nazionale. A febbraio 2026 risultava “in ritardo”. Eppure a Verona, nel quartiere Borgo Roma, c’è un complesso di cinque edifici rossi che i ponteggi li ha già tolti.
Le Case Azzolini sono finite.
Prima: cosa c’era
Le case AGEC di Borgo Roma versavano “in condizioni veramente precarie”, come le ha descritte l’assessore Federico Benini. Edifici degli anni ’30-’40 che, fino al momento dell’intervento, non erano mai stati sistemati davvero.
Cento famiglie che vivono in un posto così non vivono con una finestra rotta. Vivono con qualcosa che assomiglia all’abbandono: silenzioso, progressivo, legalizzato. Il patrimonio residenziale pubblico a Verona, come nel resto del Paese, è vetusto: il 53% degli alloggi ha più di 30 anni e meno di 60, il 31% supera i 60 anni. Le Case Azzolini erano ampiamente nella seconda categoria.
Il progetto PINQuA ha rappresentato l’intervento più significativo per AGEC: oltre 11 milioni di euro destinati alla riqualificazione delle Case Azzolini in Borgo Roma. Una parte dei restanti fondi ha riguardato le Case Tombetta e la rigenerazione urbana della zona, con 800 mila euro destinati all’ampliamento del Parco di Santa Teresa e alla realizzazione di nuove piste ciclabili.
Il problema non era trovare i soldi. Era usarli davvero.
La fase che nessuno vede: l’anno prima del cantiere
A maggio 2023 i residenti sono stati obbligati a sgomberare garage e cantine e a staccare gli impianti di climatizzazione. Quasi un anno dopo, i lavori non erano ancora partiti. Gli inquilini erano esasperati: non potevano riporre le auto nei garage, non potevano usare le cantine, e nelle settimane più calde non avevano il condizionatore; tra di loro anche diverse persone anziane.
È un pezzo di storia che non appare nei comunicati stampa. Ma è la storia vera del progetto. Perché vivere in un cantiere non inizia quando arrivano le gru. Inizia prima: quando ti chiedono di svuotare il seminterrato e non sai ancora quando finirà.
I lavori sono stati consegnati l’8 aprile 2024, dopo circa un anno di perfezionamento del progetto esecutivo. Quell’anno di attesa con i garage vuoti, le cantine inaccessibili, il condizionatore spento è stato parte integrante dell’intervento. Un costo sociale invisibile che ogni progetto su patrimonio abitativo abitato porta con sé.
Il cantiere: a cuore aperto
Come ha spiegato la presidente di AGEC Anita Viviani, si trattava di “rimettere a nuovo un isolato di 180 alloggi che versava in condizioni a dir poco precarie, con problematiche di ogni genere”. Un’operazione svolta “a cuore aperto, dal momento che gli alloggi rimangono abitati; con tempi stretti imposti dal PNRR; in condizioni non sempre ottimali”.
Questa espressione “a cuore aperto” non è una metafora pubblicitaria. È una descrizione tecnica e umana di quello che significa intervenire su un edificio abitato. Ogni scelta di cantiere diventa una negoziazione con la vita quotidiana delle persone che ci stanno dentro. Quando si batte un intonaco ammalorato al terzo piano, sotto c’è qualcuno che dorme, lavora, cucina.
Le lavorazioni hanno riguardato la battitura degli intonaci ammalorati delle facciate, il risanamento dei ferri di armatura affioranti, la posa del cappotto termico con pannelli isolanti e l’inizio della rasatura. Contemporaneamente sono stati affrontati gli interventi strutturali nei piani interrati, garage e cantine, interdetti da anni per problemi di infiltrazioni d’acqua piovana.
Parallelamente sono stati previsti la sostituzione degli ascensori, il collegamento al teleriscaldamento e la costruzione di un nuovo volume per uno spazio multiuso a servizio dei residenti e del quartiere.
Il cappotto termico, i nuovi serramenti, il teleriscaldamento: sembrano interventi tecnici. Nella vita quotidiana di 180 famiglie significano bollette più basse, inverni meno freddi, finestre che chiudono davvero.
Il PNRR: quello che normalmente non succede
Vale la pena dirlo chiaramente, senza retorica: nel Veronese a ottobre 2025 risultavano effettuati pagamenti PNRR solo per il 49% dei fondi. Significa che i lavori, nella maggior parte dei casi, non erano ancora ultimati.
Le Case Azzolini sono tra le eccezioni. Il cantiere è partito nell’aprile 2024 e a settembre 2024 aveva già raggiunto il 75% di avanzamento, risultando uno dei maggiori progetti finanziati con fondi PNRR del territorio veronese.
Completare un intervento di questa scala su patrimonio abitativo occupato, con tutti i vincoli che questo comporta, nei tempi imposti dall’agenda europea non è routine. È il risultato di una filiera che ha funzionato: progettazione rigorosa, coordinamento tra AGEC e Comune, gestione del cantiere con le persone dentro.
Non è poco. In un paese dove “PNRR” è diventata quasi una parola per descrivere lavori che non partono, o che partono e si fermano, questo è un caso in cui il ciclo si è chiuso.
Cosa resta
Non è un progetto spettacolare. Non vincerà premi. Non sarà sulle copertine delle riviste di architettura.
Ma 180 famiglie di Borgo Roma hanno oggi finestre che isolano, cantine che non si allagano, ascensori che funzionano, una bolletta energetica più sostenibile. E uno spazio comune nuovo dove prima non c’era niente.
Come ha sottolineato la presidente di AGEC: “Questi interventi consentono di raggiungere obiettivi altrimenti irrealizzabili con le sole risorse interne”.
Ecco cosa significa trasformare un finanziamento pubblico in un risultato. Non un’immagine di rigenerazione: una rigenerazione che arriva davvero alle persone.
Forse è da qui che dovremmo tornare a misurare il valore di chi progetta sul patrimonio pubblico: non da ciò che produce come forma, ma da ciò che riesce a restituire come possibilità di abitare meglio.
